Il Villaggio Virtuale

comunicazione virtuale e linguaggi della Rete

Nuove regole

Le malelingue dicono che non si aspettava altro di un evento straordinario come l’aggressione al Primo Ministro Berlusconi per tentare di mettere un bavaglio alla Rete. E così alle dichiarazioni del ministro Roberto Maroni che ha invocato “strumenti che consentano alla magistratura di intervenire in caso di reati in Rete” si è levato un coro di contestatori a difesa della libertà del web.
Subito dopo l’aggressione a Berlusconi su Facebook, ad esempio, erano nati gruppi sostenitori dell’aggressore, subito riconosciuto e fermato dalle autorità. In seguito Facebook stesso ha deciso di chiudere questi gruppi.
La discussione riguardante la necessità o meno di norme giuridiche che regolino la libertà di espressione in Rete è troppo ampia per trovare spazio in queste poche righe. Sicuramente la decisione di Facebbok di oscurare i gruppi in questione è stata presa per non entrare in collisione con l’Esecutivo italiano e ha intaccato il diritto degli iscritti a questa community di esprimere le proprie idee liberamente. Come ha sostenuto anche il professor Guido Scorza, avvocato ed esperto di tecnologie digitali, docente presso l’Università di Bologna, “Facebook ha, evidentemente, il diritto – che si riserva per contratto – di intervenire così come è intervenuto: a casa sua – anche se tutti, a tratti, ambiamo a considerarla un po’ nostra – fa ciò che vuole.
Il punto, tuttavia, è un altro: nessuno, in un Paese civile, dovrebbe potersi arrogare il diritto di sostituirsi ad un giudice nello stabilire cosa è lecito che i cittadini dicano e cosa, invece, è illecito o, peggio ancora, sconveniente. …
Quando questa fondamentale regola di democrazia viene tradita il rischio è che l’espressione censura più volte evocata divenga concreta e finisca, addirittura, con l’essere esercitata da un soggetto privato in chiave “autodifensiva”.
La decisione assunta oggi da Facebook credo costituisca una sconfitta un po’ per tutti” (
www.guidoscorza.it/?p=1396).
E non sarebbe neppure il Governo l’organo idoneo per definire regole per il web. Magistratura e Garante per la Privacy lavorano già egregiamente su questo fronte.
Tutte le volte che le forze politiche italiane hanno tentato di imporsi in questo settore hanno fatto pessime figure, anche di fronte all’opinione pubblica internazionale.
A questo riguardo mi limito a ricordare l’emendamento D’Alia inerente proprio ai reati compiuti per mezzo di Internet. Per la cronaca, ricordiamo che il 5 febbraio scorso, durante la seduta n. 143 del Senato della Repubblica, Gianpiero D’Alia aveva promosso e ottenuto l’inserimento di un emendamento (Art. 50-bis, poi art. 60) nel disegno di legge 733 (c.d. "Decreto Sicurezza") da presentare alla Camera, nel quale si sancisce la "Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet".
In buona sostanza, secondo D’Alia, in caso di apologia o istigazione a delinquere a mezzo internet, « in presenza di questi contenuti il ministero diffiderà il gestore, e questi avrà due possibilità: o ottemperare e quindi cancellare questi contenuti oppure non ottemperare. Se non ottempera diventa complice di chi inneggia a Provenzano e Riina e quindi è giusto che venga oscurato».
Tale iniziativa aveva suscitato forti critiche dal mondo del web. Il deputato del Pdl Roberto Cassinelli, aveva risposto annunciando un "contro emendamento”, approvato poi alle Commissioni riunite Affari Costituzionali e Giustizia: così l’articolo 60 introdotto dall’emendamento D’Alia è stato, quindi, abrogato.
Tanto rumore (e lavoro) per nulla. E in più l’Italia ha fatto una brutta figura di fronte al mondo intero.

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